Da L’Espresso del 21 febbraio 2008
E’ una lobby tra le più potenti e misteriose del mondo. La chiamano “Bamboo network”: una rete di aziende, spesso a conduzione familiare, ma a volte vere corporation, fondate da migliaia di emigrati cinesi che operano nel Sud-est asiatico e sulle coste del Pacifico. Secondo i maggiori analisti, se le aziende del network agissero in maniera coordinata, produrrebbero fatturati annui da oltre 600 miliardi di dollari e influenzerebbero profondamente gli investimenti che la diaspora cinese, costituita da circa 55 milioni di persone, effettua ogni anno nel Paese d’origine. Già attorno alla metà degli anni Novanta il Bamboo network era accreditato dell’80 per cento degli investimenti stranieri in Cina. In tempi più recenti le sue fortune erano però considerate in declino: superato in termini di rilevanza economica dall’offshoring e dall’outsourcing, con i quali le multinazionali occidentali trasferivano funzioni produttive e migliaia di miliardi di dollari verso la Cina, il Bamboo network era scomparso dai titoli dei giornali finanziari. A ottobre dell’anno scorso, tuttavia, nei circoli economici americani si è ricominciato a parlare del Bamboo network perché il governo cinese ha annunciato il lancio della China Investment Corporation: un’agenzia di capitali di ventura dotata di un fondo iniziale di 200 miliardi di dollari il cui scopo, secondo alcuni, sarebbe proprio quello di rapportarsi alle migliaia di colossi o aziendine fondate dai cinesi in tutto il mondo, diventando quindi un formidabile strumento economico a livello globale. Il primo a ipotizzare il nuovo scenario è stato Joe Quinlan, capo delle strategie di mercato della Bank of America, con un editoriale sul “Financial Times”. Gli ha fatto seguito Joe Studwell, fondatore del trimestrale “China Economic Quarterly” e autore del libro “Asian Godfathers: Money and Power in Hong Kong and Southeast Asia”.«Il Bamboo network sta diventando un’estensione della Cina», dice Quinlan: «è il filo rosso che lega i destini economici di Pechino con quelli di una serie di gruppi industriali che, fondati da famiglie di espatriati cinesi, oggi controllano gran parte del Pil di paesi come le Filippine, l’Indonesia, la Malesia, Taiwan, il Vietnam, Singapore e Hong Kong». Quinlan ritiene che Pechino, grazie al know-how commerciale accumulato nei decenni dai membri del network, possa usare i capitali della China Investment Corporation per rafforzare la sua egemonia economica nel Sud-est asiatico e per espanderla nel resto del mondo. «In passato lo scambio economico tra la cosiddetta lobby di bambù e la madrepatria era stato a senso unico: dagli espatriati verso Pechino», spiega Murray Wiedenbaum, direttore del Center for the Study of American Business della Washington University: «Ma adesso che devono affinare la loro comprensione delle regole del mercato internazionale, non bisogna stupirsi se i cinesi decidono di rivolgersi proprio ai leader di questa rete per indirizzare i loro investimenti». E quale modo migliore per acquistare questo know-how se non investendo direttamente nelle aziende del network? Questa strategia, secondo Weidenbaum, potrebbe essere utilizzata per espandere le attività di queste aziende a livello internazionale e per attrarre l’investimento straniero e quindi rafforzare i legami commerciali con l’Occidente. Nella speranza ovviamente di ammorbidire o aggirare le opposizioni che nel passato gli occidentali hanno posto all’intervento diretto dei cinesi nelle loro economie. «Negli ultimi dieci anni le aziende statunitensi hanno realizzato una serie di investimenti nelle industrie legate alla diaspora cinese nel Sud-est asiatico», spiega George Koo, direttore del Chinese Service Group della Deloitte & Touche: «Le società del Bamboo network dal canto loro hanno realizzato acquisizioni negli Usa e in altri paesi occidentali. Insomma, c’è un’interazione forte che potrebbe essere facilmente sfruttata dal governo di Pechino». Le società del Bamboo network figurano in settori industriali che spaziano dalle telecomunicazioni ai trasporti, dall’edilizia al sistema bancario e dall’agricoltura all’industria manifatturiera. Molte hanno iniziato come piccole aziende a carattere familiare per poi trasformarsi in corporation quotate nelle maggiori Borse mondiali: basti pensare al caso limite di Li Ka-Shing, il cinese più ricco del mondo, con una fortuna di 32 miliardi, che controlla il 12 per cento del listino di Hong Kong. Nato nella provincia di Guangdong, Ka-Shing è scappato dalla Cina durante gli anni dell’ascesa maoista. Ha iniziato vendendo fiori di plastica per le strade di Hong Kong, poi ha lentamente costruito un impero: oggi vanta investimenti nel settore edile, nelle telecomunicazioni (è proprietario tra l’altro del gestore telefonico H3G), nei porti e nella marina mercantile. La società di cui è presidente, la Cheung-kong Holdings, ha una capitalizzazione di mercato di 154 miliardi di dollari e opera in 55 paesi, impiegando oltre 250 mila addetti. Quando Deng Xiao-Ping ha aperto all’economia di mercato, all’inizio degli anni Novanta, Ka-shing è diventato membro del consiglio d’amministrazione della China International Trust and Investment Corporation, antesignana della China Investment Corporation. Ora vari istituti universitari, sia sul continente sia a Hong Kong, portano il suo nome. Insomma, ha ottime relazioni con il regime di Pechino pur operando formalmente da indipendente. Li Ka-Shing non è il solo imprenditore cinese espatriato ad avere interesse a stringere un rapporto più stretto con il neocapitalismo cinese. In Indonesia ad esempio c’è il Salim Group, fondato da Liem Sioe Liong, un fuoriuscito della provincia cinese di Fujian: in passato è arrivato a controllare il 5 per cento dell’economia del Paese, oggi il gruppo è un po’ più defilato, ma resta potentissimo: Anthony Liong - succeduto al padre - si piazza al 12° posto tra gli uomini più ricchi dell’Indonesia. In Thailandia la diaspora cinese controlla le prime quattro banche del Paese e Dhanin Chearavanont, patriarca del CP Group, ha trasformato il negozio di cibo per uccelli che aveva ereditato dal padre in una delle più grandi case produttrici di mangimi per animali. Il CP Group è presente anche nel settore bancario, dei supermercati e delle telecomunicazioni. Cheravanont è diventato famoso a livello mondiale quando, nel 1996, ha ottenuto un incontro con l’allora presidente americano Bill Clinton per perorare buone relazioni tra Occidente e Cina. Nelle Filippine c’è Henry Sy, originario di Xiamen: grazie ai suoi investimenti nel settore dei supermercati e della vendita al dettaglio è diventato l’uomo più ricco del Paese. Alla guida di un impero che fattura oltre 1,7 miliardi di dollari l’anno e impiega 39 mila addetti, Sy conta anche investimenti nella provincia cinese che gli ha dato i natali, dove possiede una catena di shopping-mall. Un altro caso emblematico è quello di Y. C. Wang. Figlio di coltivatori di tè, è nato a Taiwan quando l’isola era ancora una colonia giapponese. Fondatore della Formosa Plastic Corporation, ha un capitale personale di 5,4 miliardi di dollari ed è l’uomo più ricco della nazione. Sostenitore acceso di legami diretti tra Taiwan e la madre patria cinese, Wang nel 2006 s’è ritirato dalla gestione operativa delle sue aziende, passando le redini ai suoi dieci figli. Esibendo la stessa attitudine affaristica del padre, il primogenito ha fondato un’azienda di semiconduttori con il figlio dell’ex presidente cinese Jiang Zemin, mentre due delle figlie hanno fondato rispettivamente la First International Computer (il primo produttore mondiale di schede madri per pc) e la Everex System, una produttrice di computer californiana. Resta dunque in queste conglomerate una forte dimensione familiare: «Questa è insieme la loro forza e il loro tallone d’Achille», osserva Weidenbaum: «La frugalità e l’informalità della relazione familiare permette di crescere rapidamente e con pochi sprechi; poi però il fatto che queste aziende tendano a non aprirsi agli esterni, a limitare i punti di vista, finisce con il creare un grosso handicap». Ma anche a superare questo ostacolo potrebbe venire in aiuto la China Investment Corporation, che ha lanciato una campagna di reclutamento di talenti stranieri, pronti ad aiutare le aziende del Bamboo network ad aprirsi mentalmente nell’era della globalizzazione.