The Recession Roadtrip: A Retrospective

February 22nd, 2010

Da “Atlantic monthly” 22/02/2010 - Ellen Ruppel Shell

An opinion piece I wrote on the tyranny of the grade point average in last Sunday’s Boston Globe prompted a surprisingly supportive response, particularly from academics who agree that the over-reliance on GPA by colleges, universities, and professional schools discourages risk taking and creativity, and directs students toward the least challenging courses.  Some carped that grade inflation was to blame, but I believe that grade inflation is the symptom–not the disease.   

It is true that at many institutions, faculty are evaluated by students–who penalize low graders and reward easy graders: a professor who assigns a 25-page paper and grades assiduously, for example, risks getting lower student evaluations than a professor who assigns no papers–and gives high grades based on, say, a rather easy multiple choice test.  But the reason students demand such high grades is that these grades all but determine their future–a quick look at the top ten law schools, for example, show that a student with a B/B+ average has almost no chance of admission–regardless of his or her score on the law school entrance exam.  Were students admitted to top law schools, medical schools, business schools, etc, based not chiefly on their GPA, but on how effectively they challenged themselves in college, and how courageously they rose to that challenge–more students would demand challenge and fewer would demand A’s.  

I have heard from parents who complain that their college and high school aged children shy away from challenging math and science courses, not from a lack of interest and energy, but precisely because they fear the GPA penalty.  Given that the understanding of basic scientific principles is absolutely crucial to the setting of public policy, perhaps it’s time to reconsider the centrality of the GPA in our educational system.  Â

Se Italy diventa un brand

September 11th, 2009

Da il Mondo del 28 agosto 2009

Una proposta di comunicazione di Altaganna

Museo dell’Emigrazione Italiana - Conferenza stampa di presentazione

June 2nd, 2009

Si è svolta ieri la conferenza stampa di presentazione del museo dell’Emingrazione Italiana, che verrà inaugurato nel mese di settembre 2009, probabilmente il 25.

Alla conferenza stampa hanno partecipato le autorità che sono a vario titolo coinvolte nella realizzazione di questa pregevole iniziativa. Un po’ di imbarazzo lo si è potuto notare, soprattutto in platea, mentre scorrevano le immagini dei nostri connazionali emigrati.

A margine alcune considerazioni.

  • L’emigrazione degli italiani può essere indicativamente datata tra la metà dell’ottocento (subito dopo l’unità) e la metà del novecento (subito dopo la fine della guerra di liberazione) e si è trattato di una emigrazione sostanzialmente regionale, anche perché non si trattava di fuga dei cervelli ma di fuga delle braccia e gli emigranti utilizzavano il dialetto piuttosto che la lingua.
  • Molto simpatica la metafora dell’emigrazione come espulsione dalla famiglia. Infatti l’emigrato pare sentire come una sorta di ostracismo da parte della società in cui vive e nella qale cercherà di tornare, spesso invano. Vengono alla mente esempi illustri, quali Senofonte, Fermi, Einstein, ecc.
  • L’emigrato ha però una visibilità che non è concessa a chi rimane in patria: la visione dall’esterno. Come vedere la terra da un aereoplano: si vedono dettagli cui non si da generalmente peso ed è anche possibile mediare l’interpretazione della società che si è lasciata attraverso gli occhi dei nuovi conterranei.
  • Un museo è generalmente associato a qualcosa di statico, in cui esporre qualcosa di acquisito e non più modificabile. Sarebbe bello se attraverso i vari musei dell’emigrazione venissero attivati collegamenti con gli emigranti di prima generazione, seconda ed anche terza.
  • Sarà un museo multimediale. Ad oggi non è ben chiaro come verrà declinata questa multimedialità. Sarà self service oppure organizzata? Spontanea o controllata? Anche qui bisogna restare in attesa.

Perché i cinesi riescono a fare sistema e gli italianino?

February 24th, 2008

Da L’Espresso del 21 febbraio 2008

E’ una lobby tra le più potenti e misteriose del mondo. La chiamano “Bamboo network”: una rete di aziende, spesso a conduzione familiare, ma a volte vere corporation, fondate da migliaia di emigrati cinesi che operano nel Sud-est asiatico e sulle coste del Pacifico. Secondo i maggiori analisti, se le aziende del network agissero in maniera coordinata, produrrebbero fatturati annui da oltre 600 miliardi di dollari e influenzerebbero profondamente gli investimenti che la diaspora cinese, costituita da circa 55 milioni di persone, effettua ogni anno nel Paese d’origine. Già attorno alla metà degli anni Novanta il Bamboo network era accreditato dell’80 per cento degli investimenti stranieri in Cina. In tempi più recenti le sue fortune erano però considerate in declino: superato in termini di rilevanza economica dall’offshoring e dall’outsourcing, con i quali le multinazionali occidentali trasferivano funzioni produttive e migliaia di miliardi di dollari verso la Cina, il Bamboo network era scomparso dai titoli dei giornali finanziari. A ottobre dell’anno scorso, tuttavia, nei circoli economici americani si è ricominciato a parlare del Bamboo network perché il governo cinese ha annunciato il lancio della China Investment Corporation: un’agenzia di capitali di ventura dotata di un fondo iniziale di 200 miliardi di dollari il cui scopo, secondo alcuni, sarebbe proprio quello di rapportarsi alle migliaia di colossi o aziendine fondate dai cinesi in tutto il mondo, diventando quindi un formidabile strumento economico a livello globale. Il primo a ipotizzare il nuovo scenario è stato Joe Quinlan, capo delle strategie di mercato della Bank of America, con un editoriale sul “Financial Times”. Gli ha fatto seguito Joe Studwell, fondatore del trimestrale “China Economic Quarterly” e autore del libro “Asian Godfathers: Money and Power in Hong Kong and Southeast Asia”.«Il Bamboo network sta diventando un’estensione della Cina», dice Quinlan: «è il filo rosso che lega i destini economici di Pechino con quelli di una serie di gruppi industriali che, fondati da famiglie di espatriati cinesi, oggi controllano gran parte del Pil di paesi come le Filippine, l’Indonesia, la Malesia, Taiwan, il Vietnam, Singapore e Hong Kong». Quinlan ritiene che Pechino, grazie al know-how commerciale accumulato nei decenni dai membri del network, possa usare i capitali della China Investment Corporation per rafforzare la sua egemonia economica nel Sud-est asiatico e per espanderla nel resto del mondo. «In passato lo scambio economico tra la cosiddetta lobby di bambù e la madrepatria era stato a senso unico: dagli espatriati verso Pechino», spiega Murray Wiedenbaum, direttore del Center for the Study of American Business della Washington University: «Ma adesso che devono affinare la loro comprensione delle regole del mercato internazionale, non bisogna stupirsi se i cinesi decidono di rivolgersi proprio ai leader di questa rete per indirizzare i loro investimenti». E quale modo migliore per acquistare questo know-how se non investendo direttamente nelle aziende del network? Questa strategia, secondo Weidenbaum, potrebbe essere utilizzata per espandere le attività di queste aziende a livello internazionale e per attrarre l’investimento straniero e quindi rafforzare i legami commerciali con l’Occidente. Nella speranza ovviamente di ammorbidire o aggirare le opposizioni che nel passato gli occidentali hanno posto all’intervento diretto dei cinesi nelle loro economie. «Negli ultimi dieci anni le aziende statunitensi hanno realizzato una serie di investimenti nelle industrie legate alla diaspora cinese nel Sud-est asiatico», spiega George Koo, direttore del Chinese Service Group della Deloitte & Touche: «Le società del Bamboo network dal canto loro hanno realizzato acquisizioni negli Usa e in altri paesi occidentali. Insomma, c’è un’interazione forte che potrebbe essere facilmente sfruttata dal governo di Pechino». Le società del Bamboo network figurano in settori industriali che spaziano dalle telecomunicazioni ai trasporti, dall’edilizia al sistema bancario e dall’agricoltura all’industria manifatturiera. Molte hanno iniziato come piccole aziende a carattere familiare per poi trasformarsi in corporation quotate nelle maggiori Borse mondiali: basti pensare al caso limite di Li Ka-Shing, il cinese più ricco del mondo, con una fortuna di 32 miliardi, che controlla il 12 per cento del listino di Hong Kong. Nato nella provincia di Guangdong, Ka-Shing è scappato dalla Cina durante gli anni dell’ascesa maoista. Ha iniziato vendendo fiori di plastica per le strade di Hong Kong, poi ha lentamente costruito un impero: oggi vanta investimenti nel settore edile, nelle telecomunicazioni (è proprietario tra l’altro del gestore telefonico H3G), nei porti e nella marina mercantile. La società di cui è presidente, la Cheung-kong Holdings, ha una capitalizzazione di mercato di 154 miliardi di dollari e opera in 55 paesi, impiegando oltre 250 mila addetti. Quando Deng Xiao-Ping ha aperto all’economia di mercato, all’inizio degli anni Novanta, Ka-shing è diventato membro del consiglio d’amministrazione della China International Trust and Investment Corporation, antesignana della China Investment Corporation. Ora vari istituti universitari, sia sul continente sia a Hong Kong, portano il suo nome. Insomma, ha ottime relazioni con il regime di Pechino pur operando formalmente da indipendente. Li Ka-Shing non è il solo imprenditore cinese espatriato ad avere interesse a stringere un rapporto più stretto con il neocapitalismo cinese. In Indonesia ad esempio c’è il Salim Group, fondato da Liem Sioe Liong, un fuoriuscito della provincia cinese di Fujian: in passato è arrivato a controllare il 5 per cento dell’economia del Paese, oggi il gruppo è un po’ più defilato, ma resta potentissimo: Anthony Liong - succeduto al padre - si piazza al 12° posto tra gli uomini più ricchi dell’Indonesia. In Thailandia la diaspora cinese controlla le prime quattro banche del Paese e Dhanin Chearavanont, patriarca del CP Group, ha trasformato il negozio di cibo per uccelli che aveva ereditato dal padre in una delle più grandi case produttrici di mangimi per animali. Il CP Group è presente anche nel settore bancario, dei supermercati e delle telecomunicazioni. Cheravanont è diventato famoso a livello mondiale quando, nel 1996, ha ottenuto un incontro con l’allora presidente americano Bill Clinton per perorare buone relazioni tra Occidente e Cina. Nelle Filippine c’è Henry Sy, originario di Xiamen: grazie ai suoi investimenti nel settore dei supermercati e della vendita al dettaglio è diventato l’uomo più ricco del Paese. Alla guida di un impero che fattura oltre 1,7 miliardi di dollari l’anno e impiega 39 mila addetti, Sy conta anche investimenti nella provincia cinese che gli ha dato i natali, dove possiede una catena di shopping-mall. Un altro caso emblematico è quello di Y. C. Wang. Figlio di coltivatori di tè, è nato a Taiwan quando l’isola era ancora una colonia giapponese. Fondatore della Formosa Plastic Corporation, ha un capitale personale di 5,4 miliardi di dollari ed è l’uomo più ricco della nazione. Sostenitore acceso di legami diretti tra Taiwan e la madre patria cinese, Wang nel 2006 s’è ritirato dalla gestione operativa delle sue aziende, passando le redini ai suoi dieci figli. Esibendo la stessa attitudine affaristica del padre, il primogenito ha fondato un’azienda di semiconduttori con il figlio dell’ex presidente cinese Jiang Zemin, mentre due delle figlie hanno fondato rispettivamente la First International Computer (il primo produttore mondiale di schede madri per pc) e la Everex System, una produttrice di computer californiana. Resta dunque in queste conglomerate una forte dimensione familiare: «Questa è insieme la loro forza e il loro tallone d’Achille», osserva Weidenbaum: «La frugalità e l’informalità della relazione familiare permette di crescere rapidamente e con pochi sprechi; poi però il fatto che queste aziende tendano a non aprirsi agli esterni, a limitare i punti di vista, finisce con il creare un grosso handicap». Ma anche a superare questo ostacolo potrebbe venire in aiuto la China Investment Corporation, che ha lanciato una campagna di reclutamento di talenti stranieri, pronti ad aiutare le aziende del Bamboo network ad aprirsi mentalmente nell’era della globalizzazione.